L'uomo del Pacifico
Il discorso di Tokyo nel quale invita a "non avere paura di una Cina forte e prospera" aggiunge un altro tassello all'approccio di Barack Obama ai rapporti internazionali
(La Stampa, 15-11-2009)Con l’invito a «non aver paura della crescita della Cina» Barack Hussein Obama ha posizionato un nuovo tassello nel mosaico della visione del mondo di cui è portatore. Con 8 viaggi in un totale di 20 nazioni Obama è il presidente americano che si è recato all’estero più spesso nei primi 11 mesi di governo, e sono i discorsi che ha fatto durante questa maratona a descrivere cosa ha in mente. Da Praga ha disegnato l’orizzonte di un mondo senza atomiche, indicando nella proliferazione delle armi di distruzione di massa il maggiore pericolo per la sicurezza collettiva. Da Ankara e dal Cairo ha teso la mano all’Islam suggerendo un «nuovo inizio» nei rapporti con l’Occidente. Da Accra ha chiesto all’Africa di assumersi le proprie responsabilità nell’affrontare le sfide del XXI secolo, dalla difesa del clima allo sviluppo ai diritti umani fino alle energie rinnovabili.
Da Mosca e da Tokyo ha parlato di Russia e Cina adoperando espressioni simili ovvero definendole «partner globali» le cui «forza e prosperità» sono nell’«interesse degli Stati Uniti d’America».
Ciò che accomuna questi discorsi è la convinzione che la comunità internazionale sia una sola e condivida quattro comuni, grandi interessi: far ripartire e sostenere la crescita economica, scongiurare conflitti o attentati atomici, salvare il clima e sviluppare nuove fonti di energia per emanciparsi dalla dipendenza dai carburanti fossili.
L’intento del presidente, frutto delle riflessioni maturate nello Studio Ovale con il guru politico David Axelrod e poi messe per iscritto dal 27enne speechwriter stakanovista Ben Rhodes, è di accompagnare grandi e piccole potenze a convergere su questa piattaforma comune. Ma per riuscirci deve riuscire a sanare le ferite ereditate dal XX secolo: nasce così l’apertura all’Islam, la mano tesa nei confronti degli avversari degli Stati Uniti e la scommessa di disinnescare la genesi dei maggiori conflitti affermando - come ha fatto a Tokyo - che «non dobbiamo avere paura del successo degli altri» perché i nuovi equilibri globali fanno sì che «se una potenza cresce ciò non avviene a scapito di altri».
Ovvero, il mondo ha maggiori risorse e c’è spazio per la prosperità di tutti. Andando a spulciare nei testi dei sei maggiori discorsi che finora Obama ha pronunciato in Europa, Africa e Asia ci si accorge che sono accomunati dal ricorrere dei concetti di «reciproco rispetto» e «interessi comuni» ovvero dalla convinzione che il nuovo ordine internazionale per nascere deve riuscire ad abbattere i pregiudizi nei confronti degli avversari, facendo prevalere la necessità di lavorare assieme. E’ su questo terreno che Barack Obama tenta di affermare un’idea della leadership americana che si declina nella volontà di «creare alleanze per trovare assieme le soluzioni migliori ai problemi comuni», come disse in aprile a Strasburgo incontrando studenti tedeschi e francesi.
Si tratta di una scommessa che espone il presidente a numerosi rischi perché il tallone d’Achille di questo approccio sta nel fatto che per avere successo deve trovare il consenso delle nazioni a cui si rivolge. A cominciare dalla Cina di Hu Jintao, la potenza che cresce più velocemente. Per questo Obama domani a Shanghai si immergerà in un incontro a tutto campo con gli studenti cinesi per tentare di fargli condividere il mondo che ha in mente.