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L'America teme uno Zio Sam in salsa socialista

I mille miliardi di tasse in più non piacciono. Washington Post: Obama vuole europeizzarci (La Stampa, 28-02-09)

«Pay Up America» America paga. Sulla copertina del «New York Post» campeggia a tutta pagina l’immagine di un Barack Obama vestito come lo Zio Sam che punta minacciosamente l’indice verso i lettori chiedendo di pagare le tasse ad una nazione già afflitta da recessione e povertà in aumento.

L’aggressivo tabloid del magnate angloaustraliano Rupert Murdoch raffigura il timore che Mike Huckabee, ex candidato presidenziale repubblicano e leader della destra cristiana, esprime così dagli schermi dei maggiori network: «I democratici ci stanno trasformando in una repubblica socialista dove Stalin e Lenin si troverebbero a loro perfetto agio».

Il riferimento è agli oltre mille miliardi di dollari imposte che Barack Obama ha incluso nel bilancio inviato al Congresso, lasciando intendere l’intenzione di aumentare in maniera significativa il ruolo dello Stato nell’economia di una nazione che ha nel proprio dna il rispetto dell’individualismo e della libera impresa.

A tuonare dalle colonne del «Washington Post» è Charles Krauthammer, l’opinionista conservatore che non risparmiava critiche neanche al presidente Bush, il cui editoriale intitolato «The Obamaist Manifesto» (Il manifesto obamista) descrive il discorso del presidente sullo Stato dell’Unione come «il più solido manifesto di valori liberal» mai redatto da un inquilino della Casa Bianca. Per Krauthammer Obama è una sorte di novello Carlo Marx con in mente un progetto rivoluzionario: vuole una imponente sanità pubblica, un sistema di educazione interamente finanziato dai contribuenti e investimenti pubblici sull’energia verde «come Kennedy li propose per la corsa alla Luna» al fine di «trasformare l’ancora relativamente modesto Stato sociale americano in una democrazia socialista all’europea». «Obama ci vuole avvicinare a Bruxelles, che il dibattito cominci» conclude il polemista conservatore lanciatndo una sfida intellettuale sull’identità dell’America che nel campo opposto sono in molti a voler raccogliere. Basta infatti sfogliare il «New York Times» del direttore Bill Keller per accorgersi che sul fronte liberal la direzione intrapresa da Obama suscita ben altre reazioni.

«Finalmente un po’ di onestà sulle tasse» titola la «Gray Lady» del giornalismo nordamericano riconoscendo al presidente il merito di aver ammesso con il Bilancio quanto «molti avevano timore di dire», ovvero che «per riprendersi dalle errate politiche di George W. Bush le tasse devono essere aumentate».

E a chi paventa il fantasma del socialismo, l’editoriale del «New York Times» risponde che si tratta piuttosto di un sano «rigore fiscale» ovvero la volontà di rimettere i conti in ordine facendo pagare a tutti nella stessa manera, «anche ai partner delle società azionarie» di Wall Street protagoniste di scandali a raffica. A parlare di «onestà» di Obama è anche il «Los Angeles Times», altra corazzata dei media liberal, che si spinge oltre avanzando la richiesta all’amministrazione democratica di «andare oltre nei tagli» dei programmi governativi ereditati da Bush, iniziando dal fronte della sicurezza nazionale.

Dietro a questa obiezione ci sono le posizioni anche di quel democratici moderati, come il capo della commissione Finanze al Senato Max Baucus, che vogliono un maggiore impegno sulla riduzione del deficit nel tentativo di gettare un posto verso l’opposizione repubblicana, nel timore che uno scontro frontale potrebbe mettere in seria difficoltà il partito del presidente, riproponendo le defezioni degli eletti negli Stati del Sud registrate durante la battaglia in aula sullo stimolo all’economica. Ma per il conservatore «Wall Street Journal» il vivace dibattito interno al campo dei liberal conta assai poco, ciò che preoccupa - come evidenzia un polemico editoriale - è che «la rivoluzione di Obama» punta ad assegnare al governo federale «un potere di dimensioni tali che non potrà più essere ripreso indietro dai cittadini». Il dibattito sull’identità dell’America è iniziato.