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Fed, addio al tabù dell'intesa obbligata con la Casa Bianca

Per la prima volta contestata in pubblico l'azione del Tesoro (La Stampa, 4-03-09)

Rompendo una consolidata consuetudine il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke durante l'audizione al Senato ha contestato l'operato dell'amministrazione Obama, rimproverando al ministro del Tesoro Geithner «scarsa aggressività» nel fronteggiare la crisi finanziaria. Erendendo così di pubblico dominio il dissenso che li divide su come stabilizzare i mercati. Pur di andare d'accordo con la Casa Bianca Alan Greenspan nel 2001 si rimangiò l'opposizione ai tagli fiscali di George W. Bush e Bernanke negli ultimi due mesi ha coordinato mosse e dichiarazioni con un presidente dal quale non potrebbe essere più distante. Ma a far saltare la regola non scritta delle convergenze obbligate fra Fed e Casa Bianca è l'impatto di una crisi finanziaria che sta polverizzando l'economia nazionale. Di fronte alla quale Geithner e Bernanke sono portatori di ricette molto differenti.

Il titolare del Tesoro ha varato un «Financial Stability Plan» che prevede «stress test» per accertare la debolezza delle banche e una «Bad Bank» dove accumulare e «pulire» negli anni i titoli tossici che hanno innescato la crisi, impegnando al contempo fondi pubblici per sostenere gli istituti finanziari in difficoltà in maniera simile a quanto fatto dal predecessore Henry Paulson. Ma per Bernanke questa ricetta non basta più ed essere «più aggressivi» significa, come riassume una fonte vicina ai vertici della Fed, «far prendere allo Stato la decisione di acquistare i titoli tossici», eliminando così il problema alla radice. E' stato d'altra parte l'ex presidente Bill Clinton a dire in un'intervista tv: «La crisi è iniziata con l'immobiliare è divenuta finanziaria e ora è economica, per invertire la tendenza bisogna stabilizzare il sistema finanziario». Ciò significa per Bernanke identificare con chiarezza i «bad assets» - stilandone un'apposita lista, il più dettagliata possibile - acquistarli con soldi pubblici e quindi eliminarli dalla circolazione andando incontro al rischio che alcune banche si possano trovare senza capitali.

Ma se ciò dovesse avvenire la risposta verrebbe delle «nazionalizzazioni a tempo» ovvero l'entrata dello Stato nella proprietà per scongiurare il fallimento e porre le basi del rilancio. Il disaccordo fra Geithner e Bernanke svela che sono portatori di opposte priorità. Per l'amministrazione Obama, proiettata verso il traguardo dei cento giorni, prevalgono quelle politiche. Dopo aver presentato un Bilancio con un aumento senza precedenti di spesa pubblica, proporre anche le «nazionalizzazioni a tempo» delle banche significherebbe schiacciarsi su posizioni talmente liberal da andare incontro a rischi evidenziati dai sondaggi che mostrano i primi indebolimenti di Obama: il 49 per cento degli americani è contrario a varare la riforma della Sanità nel bel mezzo della recessione. Per la Federal Reserve invece prevale un approccio economico: se la crisi finanziaria è stata innescata dai titoli tossici del settore immobiliare solo la loro totale eliminazione può riuscire a risollevare la fiducia. Dalla parte di Bernanke c'è una vasta coalizione.

Si va da economisti come Nouriel Roubini della New York University secondo cui «la maggior parte delle banche sono insolventi» e per salvarle bisogna «nazionalizzarle» spendendo almeno 2 mila miliardi di dollari, a veterani della Borsa Chicago come Janet Takavoli contrari a «seguitare a spendere soldi pubblici senza un chiaro fine» fino al Fmi, dove il direttore italiano Arrigo Sadun ritiene che «finanziare le banche proprietarie di titoli tossici significa ripetere l'errore costato ai giapponesi un decennio di stagnazione». Ma Geithner dalla sua parte ha il presidente degli Stati Uniti. Nulla da sorprendersi dunque se quando Michael Capuano, presidente della commissione Finanze della Camera, ha chiesto a Bernanke se andava d'accordo con Geithner la risposta è stata glaciale: «Non siamo sposati, solo amici». Il duello Geithner-Bernanke sul «Financial Stability Plan» è più pericoloso per Obama di quello con i repubblicani al Congresso sulla vertiginosa spesa pubblica perché neanche il presidente più popolare può fare a meno della Fed.